giovedì 21 marzo 2013
LA VITA E' UN SOGNO?
La vita è un sogno? o sono i sogni che aiutano a vivere?
Sono i sogni, gli obiettivi, le ambizioni positive, che aiutano a vivere. Io amo vivere nella realtà che mi circonda, anche se a volte la vorrei diversa, e mi impegno per cambiarla, consapevole che io posso fare solo la mia parte. Ed io la mia parte l'ho fatta, la faccio e continuerò a farla, ma non lotterò più contro i mulini a vento.
mercoledì 7 novembre 2012
Riflessioni di un grande parroco
"Sono sempre più convinto (e questo è il fondamento della mia fiducia nella vita) che, rispetto alle difficoltà, le risorse per farne fronte siano maggiori. E' quello che mi ha insegnato il Vangelo educandomi a guardare intorno a me e sondare il grande dono della Creazione, risorsa capace di dare da mangiare agli uccelli del cielo e a vestire di tutto punto i gigli del campo che non mietono e non seminano. Mi ha fatto toccare con mano che nelle persone che ho attorno posso trovare quello che a me manca ed io posso dare loro ciò che non sapevo potesse servire. Soprattutto mi ha fatto scoprire che la paura e la rinuncia abitano nella mente e nel cuore di chi non è capace di novità, di chi si sclerotizza e mette radici solo su terreni già sperimentati, come se si potesse andare avanti guardando indietro.
La bellezza della nostra mente e del nostro cuore non è in quello che racchiudono, ma nello spazio ancora a disposizione per contenere gli infiniti orizzonti del divenire della vita." (Don Romeo)
lunedì 16 luglio 2012
CARPE DIEM
"Tra vent'anni non sarete delusi delle cose che avete fatto,
ma di quelle che NON avete fatto!
Allora levate l'àncora, abbandonate i porti sicuri,
catturate il vento nelle vostre vele.
ESPLORATE. SOGNATE. SCOPRITE."
(Mark Twain)
mercoledì 9 maggio 2012
MAMMA: LE 5 LETTERE CHE FANNO IMPAZZIRE IL CUORE
Abitano sulla soglia del mondo per proteggere la vita.
E' dal giorno in cui Dio ha messo nelle loro mani il brevetto della maternità che le contempliamo sempre all'opera, infaticabili operaie di quella speranza che regge il mondo: davanti ad una lavatrice o dentro un ufficio, nelle sale d'attesa dell'ospedale o in fronte alle sbarre di un carcere, con le mani sporche di farina o le scarpe inzuppate di fango. Col sorriso o con lievi segni di scoraggiamento, della disperazione sono acerrime nemiche, perchè dentro lo sguardo di ogni mamma campeggia quella forza disumana che le rende capaci di gesti eroici. Forse perchè, all'alba della loro storia, c'è un frammento di quella bellezza tutta palestinese di una donna, Maria di Nazareth, che di tutte loro è la patrona e l'organizzatrice dei loro sogni.
Questa domenica è la festa della mamma, di quella donna silenziosa e discreta che s'alza per prima la mattina e rincasa per ultima la sera, capace di leggere gli sguardi e interpretare i silenzi, di dare voce ad un battito e di incoraggiare i suoi uomini a sperare.
Presenze femminili a cui riesce talvolta l'ardua sfida di saper unire il quotidiano e l'eterno, la farina dei dolci e il sale delle pietanze, le lacrime di gioia e quelle di compassione. A volte ti lasciano l'impressione di scomparire, sembrano inabissarsi chissà dove, e poi le vedi riemergere altrove come fiumi carsici che improvvisamente scompaiono e altrettanto improvvisamente sgorgano lontano. Quando si tolgono è per discrezione, quando s'avvicinano è per amore, quando s'arrestano è per pudore: quando scappano sentono la maternità scolorarsi e decidono di tornare, quasi sempre per reggere una croce.
E' questa forza misteriosa – che stizzisce uomini e dittatori - ad albergare dentro quel piccolo corpo di donna che ha fatto sì che pure Dio scegliesse loro per metterle come "segnali stradali" ai grandi incroci dell'esistenza, laddove vita e morte, bellezza e malvagità, stupore e rassegnazione ogni giorno si trovano a lottare gomito a gomito.
I grandi costruttori di cattedrali nel Medioevo avevano inserito segni e simboli della gravidanza nelle loro architetture sapienti. Il celebre labirinto di Chartres si compone di 270 passaggi tracciati sul pavimento della cattedrale, ricalcando esattamente il numero dei giorni di gravidanza di una donna. Perchè dentro ogni labirinto oscuro c'è nostalgia della luce, proprio come nel ventre di una donna.
I trucchi non le rendono più belle, semplicemente ne complicano il fascino: perchè una mamma è bella con le sue rughe addosso che parlano di sogni e pensieri, con gli zigomi stanchi che raccontano le ferite di una vita, con i calli alle mani perchè certe carezze erano pesanti da regalare. Le mamme sono disarmanti perchè mamme, donne capaci di abitare la ferialità senza smarrire lo stupore di vestirsi a festa, di camminare per casa con l'eleganza di una silhouette o di sbizzarrirsi ai fornelli con la maestria di uno chef.
A settant'anni tu le guardi e ti sembrano ancora più belle, così belle da voler rubare loro un po' di quello splendore e porgerlo negli sguardi di troppe ragazze spente, inasprite di cipria e golose di maquillage che le rendano odiosamente perfette.
Peccato per Archimede e quel punto d'appoggio per sorreggere il mondo che a lungo ha cercato nella sua vita di scienziato. Perchè nessuna cosa al mondo ha la forza di sorreggere le sorti dell'umanità come il grembo di una donna.
Là dentro – tra miscugli di cielo e profumi di attese – nasce ancor oggi il capolavoro più bello. Anticipato da vagiti di festa che sono rimasti tutt'ora la melodia più bella per ringraziare chi, all'alba della nostra vita, ha scelto una donna per darci il benvenuto su questo splendido palcoscenico della storia.
Don Marco Pozza
sabato 11 febbraio 2012
PER CHI VIVE NELLA MENZOGNA...
"Non vestirti mai con l'abito dell'apparenza:
un giorno scivolerà a terra e apparirai per quello che sei."
un giorno scivolerà a terra e apparirai per quello che sei."
ECCOMI, SONO QUI...
"L'amore non è la passione di un istante né un'amicizia che muore o che nasce abbracciando la gloria di sè, ma è quello che incide nell'anima i suoi perché.
È la sosta che abbiamo il coraggio di fare, il tempo che dedichiamo a chi conta davvero.
Amore e Amicizia hanno sempre il tempo di un sorriso, di un semplice... Come stai? Ci sono anche io... Eccomi sono qui."
Silvana Stremiz
È la sosta che abbiamo il coraggio di fare, il tempo che dedichiamo a chi conta davvero.
Amore e Amicizia hanno sempre il tempo di un sorriso, di un semplice... Come stai? Ci sono anche io... Eccomi sono qui."
Silvana Stremiz
sabato 21 gennaio 2012
Ho deciso: lascio tutto. Tu che fai? (omelia)
-Quel giorno la corrente cambiò improvvisa la direzione, da pescatori divennero pescati.
Cosicché dal pastore dell'Antico Testamento appare il pescatore del Nuovo Testamento: dalle alture ai laghi, dagli armenti alle scialuppe, dalla vertigine dei monti all'imprevedibilità del mare. Eccoli, sono Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni: riparatori di reti, uomini con le dita forate dagli uncini, incallite, bruciate dal sole: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini" (Mc 1.14-20).
Nati per buttare la rete in mare e aspettare che la corrente si decida di riempirla di pesci, quel primo mattino videro rigirarsi i loro sogni di uomini, di mercanti e di venditori di Palestina. Nulla sarà più come prima, nemmeno dei garzoni e dell'incredulo padre Zebedeo riusciranno a trattenere i lineamenti. Pronti via: "e subito lasciarono le reti e lo seguirono". Sembra strano che uomini esperti di pesca come loro, abituati a sentir gracchiare il mare e le sue onde, senza esitazione alcuna abbandonino famiglie, case, barche, affetti per seguire un Volto fino ad allora sconosciuto. Eppure dopodomani, qualche riga del Vangelo più oltre, scopriremo che quell'Uomo è fatto così: imprevedibile come gli amanti e azzardato come le anime appassionate, temerario e amabile, lungimirante e strenuo difensore della quotidianità mai banale.
Seguirlo non sarà cosa facile: sulle rive di un lago, prossimi alla scrivania di un ufficio, rinchiusi dietro il bancone di un bar. Non ci sarà posto in cui l'occhio di quell'Uomo non riuscirà a scandagliare sguardi di uomini e donne pronti all'attacco in nome dell'Amore. Non sarà facile, ma se per chi ha fede - su promessa più volte dimostratasi credibile – spostare le montagne sarà un gioco da principianti, potranno pure riempire le reti. Basterà non rimanere immobili a fissare la nuvole e grattarsi il ventre: occorrerà uscire dalla propria terra, fare i conti con altri mari, con altre reti, con altri scogli senza rimpiangere la tranquillità del quotidiano e delle sicurezze acquisite.
Non c'è addestramento in quest'unico miracolo ancor oggi al vaglio degli specialisti (quello della sequela, ndr): l'unica richiesta da firmare è quella dello sbaraglio più nero. Dentro il quale troveranno il segreto per non soccombere alla furia di nessun vento impetuoso che si scaglierà nelle loro fragili vite di uomini e di donne. "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo". Non aspettare domani o dopodomani, perché è oggi il tempo favorevole, il tempo dell'uomo e dei suoi sogni. Non aspettare domani di accarezzare volti e di stringere le mani, di sederti e guardare in faccia la vita, di pensare e di immaginare. Di vedere crescere quel bambino, di contemplare l'esplosione di quel sogno, l'avvento di quella buon notizia. Non aspettare domani di piangere ed emozionarti, di ridere e di sorridere, di scrutare l'alba sorgere nel buio della notte. Non sarà domani e non saranno nemmeno loro – pescatori apprendisti da un Figlio di falegname esperto pure di pesca – a decretare chi sarà salvo o condannato. Loro semineranno oggi e lo faranno con strenua applicazione domani e dopodomani. Loro semineranno, un Altro raccoglierà. Eppure la loro gioia – che a qualcuno richiederà la Croce – sarà quella d'aver corrisposto all'unico imperativo che non è un comando, bensì un'incredibile iniezione di fiducia: "Seguimi". Seguimi e basta: il resto sarà affare della strada.
"Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì" (Mt 9,9).
Non c'è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all'interno con un'invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili
(Omelie di San Beda il Venerabile, Om. 21; CCL 122, 149-151).
Ognuno con la propria merce, ognuno con la propria storia, ognuno con le proprie reliquie in tasca: un sasso raccolto sulla riva, il fermaglio della donna amata, il coccio di una pentola in cui un tempo la madre faceva bollire le rape. O forse un rametto d'ulivo di un particolare orto, un pezzo di pane di una cena speciale, una piuma di un gallo, una spina appuntita di rovo, un pezzo di marmo di una tomba vuota.
Ognuno con la sua storia: è questa la Buona Notizia del Vangelo.
Cosicché dal pastore dell'Antico Testamento appare il pescatore del Nuovo Testamento: dalle alture ai laghi, dagli armenti alle scialuppe, dalla vertigine dei monti all'imprevedibilità del mare. Eccoli, sono Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni: riparatori di reti, uomini con le dita forate dagli uncini, incallite, bruciate dal sole: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini" (Mc 1.14-20).
Nati per buttare la rete in mare e aspettare che la corrente si decida di riempirla di pesci, quel primo mattino videro rigirarsi i loro sogni di uomini, di mercanti e di venditori di Palestina. Nulla sarà più come prima, nemmeno dei garzoni e dell'incredulo padre Zebedeo riusciranno a trattenere i lineamenti. Pronti via: "e subito lasciarono le reti e lo seguirono". Sembra strano che uomini esperti di pesca come loro, abituati a sentir gracchiare il mare e le sue onde, senza esitazione alcuna abbandonino famiglie, case, barche, affetti per seguire un Volto fino ad allora sconosciuto. Eppure dopodomani, qualche riga del Vangelo più oltre, scopriremo che quell'Uomo è fatto così: imprevedibile come gli amanti e azzardato come le anime appassionate, temerario e amabile, lungimirante e strenuo difensore della quotidianità mai banale.
Seguirlo non sarà cosa facile: sulle rive di un lago, prossimi alla scrivania di un ufficio, rinchiusi dietro il bancone di un bar. Non ci sarà posto in cui l'occhio di quell'Uomo non riuscirà a scandagliare sguardi di uomini e donne pronti all'attacco in nome dell'Amore. Non sarà facile, ma se per chi ha fede - su promessa più volte dimostratasi credibile – spostare le montagne sarà un gioco da principianti, potranno pure riempire le reti. Basterà non rimanere immobili a fissare la nuvole e grattarsi il ventre: occorrerà uscire dalla propria terra, fare i conti con altri mari, con altre reti, con altri scogli senza rimpiangere la tranquillità del quotidiano e delle sicurezze acquisite.
Non c'è addestramento in quest'unico miracolo ancor oggi al vaglio degli specialisti (quello della sequela, ndr): l'unica richiesta da firmare è quella dello sbaraglio più nero. Dentro il quale troveranno il segreto per non soccombere alla furia di nessun vento impetuoso che si scaglierà nelle loro fragili vite di uomini e di donne. "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo". Non aspettare domani o dopodomani, perché è oggi il tempo favorevole, il tempo dell'uomo e dei suoi sogni. Non aspettare domani di accarezzare volti e di stringere le mani, di sederti e guardare in faccia la vita, di pensare e di immaginare. Di vedere crescere quel bambino, di contemplare l'esplosione di quel sogno, l'avvento di quella buon notizia. Non aspettare domani di piangere ed emozionarti, di ridere e di sorridere, di scrutare l'alba sorgere nel buio della notte. Non sarà domani e non saranno nemmeno loro – pescatori apprendisti da un Figlio di falegname esperto pure di pesca – a decretare chi sarà salvo o condannato. Loro semineranno oggi e lo faranno con strenua applicazione domani e dopodomani. Loro semineranno, un Altro raccoglierà. Eppure la loro gioia – che a qualcuno richiederà la Croce – sarà quella d'aver corrisposto all'unico imperativo che non è un comando, bensì un'incredibile iniezione di fiducia: "Seguimi". Seguimi e basta: il resto sarà affare della strada.
"Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì" (Mt 9,9).
Non c'è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all'interno con un'invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili
(Omelie di San Beda il Venerabile, Om. 21; CCL 122, 149-151).
Ognuno con la propria merce, ognuno con la propria storia, ognuno con le proprie reliquie in tasca: un sasso raccolto sulla riva, il fermaglio della donna amata, il coccio di una pentola in cui un tempo la madre faceva bollire le rape. O forse un rametto d'ulivo di un particolare orto, un pezzo di pane di una cena speciale, una piuma di un gallo, una spina appuntita di rovo, un pezzo di marmo di una tomba vuota.
Ognuno con la sua storia: è questa la Buona Notizia del Vangelo.
sabato 14 gennaio 2012
IL DECALOGO DELLE BUONE REGOLE
1) STABILIRE LE REGOLE E FARLE RISPETTARE
(troppa libertà non sempre è felicità!)
2) RISPETTARSI RECIPROCAMENTE
(Senza il rispetto, è tutto un dispetto!)
3) PROGRAMMARE I TEMPI DELLA GIORNATA
(Essere in orario è straordinario)
4) RISPETTARE I PROPRI SPAZI E QUELLI DI CASA
(A ciascuno il suo e un po’ per tutti)
5) URLARE NON SERVE MAI
(Anche l’orecchio vuole la sua parte)
6) COMUNICARE CON SINCERITA’
(Le bugie hanno le gambe corte e i musi lunghi…)
7) ESSERE COMPLICI NELL’EDUCAZIONE DEI FIGLI
(E’ il vostro bellissimo progetto di vita)
8 ) NON ALZARE LE MANI: SERVONO PER MILIONI DI ALTRE MAGNIFICHE COSE…
(Gioco di mani, gioco da villani)
9) MANGIARE E’ SEMPRE UN RITO IMPORTANTE
(Intorno al tavolo in compagnia, è il segreto per l’allegria!)
10) TROVARE OGNI GIORNO ALMENO 10 MINUTI DI TEMPO DI QUALITA’ PER STARE CON OGNI BAMBINO
(Fai venir fuori il bambino che c’è in te… e il gioco è fatto!)
Sos Tata
(troppa libertà non sempre è felicità!)
2) RISPETTARSI RECIPROCAMENTE
(Senza il rispetto, è tutto un dispetto!)
3) PROGRAMMARE I TEMPI DELLA GIORNATA
(Essere in orario è straordinario)
4) RISPETTARE I PROPRI SPAZI E QUELLI DI CASA
(A ciascuno il suo e un po’ per tutti)
5) URLARE NON SERVE MAI
(Anche l’orecchio vuole la sua parte)
6) COMUNICARE CON SINCERITA’
(Le bugie hanno le gambe corte e i musi lunghi…)
7) ESSERE COMPLICI NELL’EDUCAZIONE DEI FIGLI
(E’ il vostro bellissimo progetto di vita)
8 ) NON ALZARE LE MANI: SERVONO PER MILIONI DI ALTRE MAGNIFICHE COSE…
(Gioco di mani, gioco da villani)
9) MANGIARE E’ SEMPRE UN RITO IMPORTANTE
(Intorno al tavolo in compagnia, è il segreto per l’allegria!)
10) TROVARE OGNI GIORNO ALMENO 10 MINUTI DI TEMPO DI QUALITA’ PER STARE CON OGNI BAMBINO
(Fai venir fuori il bambino che c’è in te… e il gioco è fatto!)
Sos Tata
UNA GRANDE VERITA' ...
Una grande parte di quello che i medici sanno è insegnato loro dai malati -
Marcel Proust (Scrittore francese 1871-1922)
Marcel Proust (Scrittore francese 1871-1922)
mercoledì 11 gennaio 2012
CAMBIARE è POSSIBILE :D
Se vuoi che gli eventi futuri cambino, rivoluziona il tuo modo di pensare. Uno stesso sistema di pensieri genererà sempre le stesse spiacevoli
situazioni da cui, a parole, diciamo di voler sfuggire. Vuoi cambiare il tuo futuro? Cambia prima la tua mente!
(Manuele Dalcesti)
situazioni da cui, a parole, diciamo di voler sfuggire. Vuoi cambiare il tuo futuro? Cambia prima la tua mente!
(Manuele Dalcesti)
giovedì 1 dicembre 2011
DONNE KAMIKAZE e UOMINI CROCEROSSINI
C'erano quelli che non capivano la domanda: «Se ho mai avuto fidanzate kamikaze? Ma che cosa intendi?». «Quelle nevrotiche, problematiche, autolesioniste ». «Le rompiballe?». «Ma no...». Erano i più numerosi, anime semplici che per definire le donne prevedono solo due voci a scelta da barrare con la x: rompib... oppure no. Poi il gruppo dalla risposta pronta: «Ma certo, mia moglie!»: inaffidabili - maschi certamente incapaci di distinguere tra una che cerca solo di far funzionare come può il ménage familiare e una vera kamikaze. E poi loro, la pattuglia sparuta dei crocerossini innamorati (finalmente utili per questo articolo), quelli che hanno incontrato il tipo femminile così definito da Woody Allen in un’intervista pubblicata su Io donna qualche settimana fa: «Le donne kamikaze, con cui ho perso troppo tempo. Si suicidano con l’aeroplano ma tu sei seduto lì con loro, colpito dalle fiamme come spettatore innocente».
È più frequente che siano gli uomini a distruggere noi. Ma la frase di Woody ci ha spinto a indagare che cosa succede quando i ruoli si invertono. E ce ne sono, di maschi abbinati a signore complicate, circondati da amici che avvertono: «Lasciala». «Consiglio inutile» dice Piero Lissoni, designer e architetto. «Quante volte cuore e testa ci dicono fermati, ma noi andiamo avanti? ». Ecco, quante? «Io, poche: meno delle dita di una mano. Una mi ha stecchito la prima sera con sette Martini. Donne eccessive, dai toni esagerati, caratterizzate dal “troppo”: troppo programmate, o troppo dedite al lavoro, o agli affari, o alla famiglia: qualunque fosse la passione, era ossessione. E così, fine della storia».
Ma prima della parola fine possono passare anni: quattro per Claudio (che ha chiesto come altri, per ovvie ragioni, l’anonimato), insieme a una «che scaricava su di me le colpe dell’ex marito. Insoddisfatta della vita, mi attribuiva la responsabilità dei suoi fallimenti. Una che cambiava idea di continuo, mai contenta del proprio corpo, schiava delle figlie ultraventenni: una volta siamo dovuti tornare dall’Umbria a Milano perché erano rimaste chiuse fuori casa. Oppure mi chiamava solo perché andassi io a fare la spesa. E sul mio letto, a casa sua, ci dormiva il cane». Dodici anni di matrimonio per Alessandro: «Durante i quali lei ha lasciato il suo lavoro in banca per iscriversi all’università e laurearsi in Scienze motorie; per poi ripensare di nuovo il futuro e aprire un negozio di abbigliamento: sempre con il mio supporto anche economico, sempre scontenta. Io non ero mai all’altezza: mai abbastanza colto, mai abbastanza divertente». Assecondare la signora non ha evitato la separazione.
Luca, pittore e insegnante, si era fidanzato «con una splendida ragazza colpita all’improvviso da una crisi tremenda di anoressia. Abbiamo girato tra medici e psichiatri, fino a quando è tornata dalla madre. Io telefonavo e la mamma non mi diceva neanche se era viva o morta. Si rende conto che cosa significa non sapere più nulla per mesi di una persona cui vuoi bene?». Luca però ci è ricascato: «La complessità non è negativa, il problema è quando da complessa diventi complessata. Come la mia attuale fidanzata, possessiva, con crisi di gelosia morbose: se la cameriera al ristorante mi sorride, dice che ci sto provando; se una mia allieva mi saluta per strada, pensa che sia la mia amante; se siamo a fare shopping e compro una maglietta per mio figlio, si lamenta perché non penso mai a lei. Anzi, magari lo dicesse e basta: urla, picchia, anche in pubblico. Situazioni imbarazzanti». Lorenzo Licalzi, psicologo e scrittore, ha avuto accanto un’insicura patologica: «Qualunque parola dicessi, la interpreteva in modo negativo: “Allora non mi vuoi bene, non ti piaccio, non sono all’altezza”. Alcuni miei amici, invece, si sono lasciati conquistare da quelle che da te vogliono l’impossibile. Devi essere tutto e il contrario di tutto: tenebroso e solare, intellettuale e pratico, perché se si rompe qualcosa in casa devi saperla aggiustare. Devi aver preso contatto con la parte femminile che è in te, ma anche rimanere uomo vero. Per poi trovarsi cornuti e mazziati dal genere “minatore di Iglesias”, che non dice una parola e magari mena pure». Esperienze in grado di fare a pezzi anche il più solido dei maschi. Ma perché non la lasciano, se il rapporto è così disastroso? «Perché la amo» sintetizza Luca. «Perché mi intortava con le parole convincendomi che la nostra era una relazione perfetta» spiega Fabrizio, manager, appena uscito da una storia di dieci anni («Due di idillio e otto di delirio»).
Secondo Claudio Risé, psicoanalista, non se ne esce perché non è detto che lui si renda conto del problema. «Nell’uomo c’è una specie di resistenza ad analizzare la situazione psicologica propria e altrui. Rimuove le difficoltà, le nega. Perché in fondo vuole quella situazione. Una personalità femminile complicata suggerisce più livelli e sembra più interessante, come un paesaggio variegato sembra più bello di una pianura uniforme». Anzi, c’è chi non vuole altro. «Se non hanno turbe psichiche non le guardo neanche» scherza Gabriele Lavia, impegnato nelle prove di Tutto per bene di Luigi Pirandello («Uno che di donne folli se ne intendeva: sua moglie fu ricoverata in un ospedale psichiatrico»). «Sì, ho sempre avuto donne un po’ “strane”. Infelici, attratte dal dolore, in lotta con non sapevano neanche loro cosa. Più pazze erano, più le ho amate. Il perché non lo so. Loro dicevano che il pazzo ero io e forse avevano ragione». Almeno era felice? «L’amore e i rapporti erotici non sono mai felici: l’amore scoppia, mica scivola, e lo scoppio provoca sempre una ferita. E la ferita fa male. Detto ciò, queste donne secondo me fanno sesso meglio». E perché mai? «Perché sono disperate, e cercano la felicità. E la felicità fisica, in fondo, è l’unica cosa che valga la pena».
Secondo Lissoni a volte la donna autodistruttiva solletica «la tentazione dell’“io ti salverò”, del “ci penso io a farti vedere quanto è bella la vita. Con probabilità di successo vicine allo zero». Per Andrea Pinketts, giallista, l’attrazione per le kamikaze invece è congenita. «Da adolescente abitavo in un attico. Al quarto piano viveva una ragazzina dolce e bella, una specie di geisha. Al terzo la classica stronzetta carina che già a quell’età dava segni di disturbi mentali: ecco, io ero più attratto da questa. E anche adesso quando vedo nero, mistero, un lato oscuro, mi piace. Mi viene la sindrome, non dico del crocerossino ma almeno di doctor House (sono un po’ brusco): fino a quando capisci che ci vorrebbe un pugile. Nel mio ultimo libro, Depilando Pilar (Mondadori) ho metaforizzato il concetto: il protagonista si innamora di una donna barbuta felice di esserlo. Più oscura di così. Poi, certo, ci sono momenti di assoluta intensità in queste relazioni che giustificano tutto». Proprio tutto?
E se l’attrazione per le donne distruttive nascondesse in realtà una nevrosi tutta maschile? «Certo» risponde Risé «questi sono uomini che preferiscono la sofferenza più che il piacere. E la ricerca della sofferenza è la base della nevrosi». Ma qualche volta anche uomini positivi non resistono alla seduzione di una kamikaze: «Spesso sono donne intelligenti che ti sorprendono con risposte spiazzanti» spiega Riccardo Rossi, attore e autore teatrale. «Ma ho imparato come smascherarle.
Anna Maria Speroni
È più frequente che siano gli uomini a distruggere noi. Ma la frase di Woody ci ha spinto a indagare che cosa succede quando i ruoli si invertono. E ce ne sono, di maschi abbinati a signore complicate, circondati da amici che avvertono: «Lasciala». «Consiglio inutile» dice Piero Lissoni, designer e architetto. «Quante volte cuore e testa ci dicono fermati, ma noi andiamo avanti? ». Ecco, quante? «Io, poche: meno delle dita di una mano. Una mi ha stecchito la prima sera con sette Martini. Donne eccessive, dai toni esagerati, caratterizzate dal “troppo”: troppo programmate, o troppo dedite al lavoro, o agli affari, o alla famiglia: qualunque fosse la passione, era ossessione. E così, fine della storia».
Ma prima della parola fine possono passare anni: quattro per Claudio (che ha chiesto come altri, per ovvie ragioni, l’anonimato), insieme a una «che scaricava su di me le colpe dell’ex marito. Insoddisfatta della vita, mi attribuiva la responsabilità dei suoi fallimenti. Una che cambiava idea di continuo, mai contenta del proprio corpo, schiava delle figlie ultraventenni: una volta siamo dovuti tornare dall’Umbria a Milano perché erano rimaste chiuse fuori casa. Oppure mi chiamava solo perché andassi io a fare la spesa. E sul mio letto, a casa sua, ci dormiva il cane». Dodici anni di matrimonio per Alessandro: «Durante i quali lei ha lasciato il suo lavoro in banca per iscriversi all’università e laurearsi in Scienze motorie; per poi ripensare di nuovo il futuro e aprire un negozio di abbigliamento: sempre con il mio supporto anche economico, sempre scontenta. Io non ero mai all’altezza: mai abbastanza colto, mai abbastanza divertente». Assecondare la signora non ha evitato la separazione.
Luca, pittore e insegnante, si era fidanzato «con una splendida ragazza colpita all’improvviso da una crisi tremenda di anoressia. Abbiamo girato tra medici e psichiatri, fino a quando è tornata dalla madre. Io telefonavo e la mamma non mi diceva neanche se era viva o morta. Si rende conto che cosa significa non sapere più nulla per mesi di una persona cui vuoi bene?». Luca però ci è ricascato: «La complessità non è negativa, il problema è quando da complessa diventi complessata. Come la mia attuale fidanzata, possessiva, con crisi di gelosia morbose: se la cameriera al ristorante mi sorride, dice che ci sto provando; se una mia allieva mi saluta per strada, pensa che sia la mia amante; se siamo a fare shopping e compro una maglietta per mio figlio, si lamenta perché non penso mai a lei. Anzi, magari lo dicesse e basta: urla, picchia, anche in pubblico. Situazioni imbarazzanti». Lorenzo Licalzi, psicologo e scrittore, ha avuto accanto un’insicura patologica: «Qualunque parola dicessi, la interpreteva in modo negativo: “Allora non mi vuoi bene, non ti piaccio, non sono all’altezza”. Alcuni miei amici, invece, si sono lasciati conquistare da quelle che da te vogliono l’impossibile. Devi essere tutto e il contrario di tutto: tenebroso e solare, intellettuale e pratico, perché se si rompe qualcosa in casa devi saperla aggiustare. Devi aver preso contatto con la parte femminile che è in te, ma anche rimanere uomo vero. Per poi trovarsi cornuti e mazziati dal genere “minatore di Iglesias”, che non dice una parola e magari mena pure». Esperienze in grado di fare a pezzi anche il più solido dei maschi. Ma perché non la lasciano, se il rapporto è così disastroso? «Perché la amo» sintetizza Luca. «Perché mi intortava con le parole convincendomi che la nostra era una relazione perfetta» spiega Fabrizio, manager, appena uscito da una storia di dieci anni («Due di idillio e otto di delirio»).
Secondo Claudio Risé, psicoanalista, non se ne esce perché non è detto che lui si renda conto del problema. «Nell’uomo c’è una specie di resistenza ad analizzare la situazione psicologica propria e altrui. Rimuove le difficoltà, le nega. Perché in fondo vuole quella situazione. Una personalità femminile complicata suggerisce più livelli e sembra più interessante, come un paesaggio variegato sembra più bello di una pianura uniforme». Anzi, c’è chi non vuole altro. «Se non hanno turbe psichiche non le guardo neanche» scherza Gabriele Lavia, impegnato nelle prove di Tutto per bene di Luigi Pirandello («Uno che di donne folli se ne intendeva: sua moglie fu ricoverata in un ospedale psichiatrico»). «Sì, ho sempre avuto donne un po’ “strane”. Infelici, attratte dal dolore, in lotta con non sapevano neanche loro cosa. Più pazze erano, più le ho amate. Il perché non lo so. Loro dicevano che il pazzo ero io e forse avevano ragione». Almeno era felice? «L’amore e i rapporti erotici non sono mai felici: l’amore scoppia, mica scivola, e lo scoppio provoca sempre una ferita. E la ferita fa male. Detto ciò, queste donne secondo me fanno sesso meglio». E perché mai? «Perché sono disperate, e cercano la felicità. E la felicità fisica, in fondo, è l’unica cosa che valga la pena».
Secondo Lissoni a volte la donna autodistruttiva solletica «la tentazione dell’“io ti salverò”, del “ci penso io a farti vedere quanto è bella la vita. Con probabilità di successo vicine allo zero». Per Andrea Pinketts, giallista, l’attrazione per le kamikaze invece è congenita. «Da adolescente abitavo in un attico. Al quarto piano viveva una ragazzina dolce e bella, una specie di geisha. Al terzo la classica stronzetta carina che già a quell’età dava segni di disturbi mentali: ecco, io ero più attratto da questa. E anche adesso quando vedo nero, mistero, un lato oscuro, mi piace. Mi viene la sindrome, non dico del crocerossino ma almeno di doctor House (sono un po’ brusco): fino a quando capisci che ci vorrebbe un pugile. Nel mio ultimo libro, Depilando Pilar (Mondadori) ho metaforizzato il concetto: il protagonista si innamora di una donna barbuta felice di esserlo. Più oscura di così. Poi, certo, ci sono momenti di assoluta intensità in queste relazioni che giustificano tutto». Proprio tutto?
E se l’attrazione per le donne distruttive nascondesse in realtà una nevrosi tutta maschile? «Certo» risponde Risé «questi sono uomini che preferiscono la sofferenza più che il piacere. E la ricerca della sofferenza è la base della nevrosi». Ma qualche volta anche uomini positivi non resistono alla seduzione di una kamikaze: «Spesso sono donne intelligenti che ti sorprendono con risposte spiazzanti» spiega Riccardo Rossi, attore e autore teatrale. «Ma ho imparato come smascherarle.
Anna Maria Speroni
venerdì 11 novembre 2011
GLI ANGELI DEL FANGO
Gli scout non vogliono "grazie": accorgetevi delle risorse nascoste
«Ci hanno offerto di tutto: soldi, vestiti, perfino gioielli». Niente da fare. «A tutti abbiamo detto: no grazie». Elena Rocco e Miriam Fiorenza, entrambe di 21 anni, sono due scout piuttosto risolute. Insieme ai coetanei Francesco Busdraghi e Giovani di Rovasenda, in questi giorni ne hanno viste tante. «La gente non sa come sdebitarsi, ed è incredibile come si fidino di noi». Certo, vedere la divisa degli scout rincuora. Come dev’essere accaduto a quel gioielliere di Corso Sardegna cui i ragazzi dell’Agesci hanno salvato i preziosi e rimesso in sesto il negozio. «A volte ci lasciava soli in mezzo ai brillanti». Forse per altri sarebbe stato facile dire che i monili mancanti li aveva portati via la piena. «Non ci è passato nemmeno per la testa, li abbiamo recuperati tutti». Tanto che alla fine il commerciante avrebbe voluto regalarne qualcuno alle ragazze. Ma loro sono state irremovibili: «No, grazie». Nel frattempo in Corso Sardegna la circolazione è stata riaperta, ma i semafori sono andati in tilt. Niente paura, a dirigere il traffico ci pensano loro. Sono decine e arrivano dai gruppi di tutta l’arcidiocesi. I ragazzi dell’Agesci sono inseriti nel sistema di Protezione civile. E si vede. In poche ore hanno pressoché rimesso a nuovo il mercato ortofrutticolo, una serie di cantine, svariati negozi e il piazzale della chiesa di San Fedele. Già che c’erano, come non avessero a sufficienza, hanno fatto festa con dei senza fissa dimora accampati nei pressi della Chiesa. Vi aspettate un riconoscimento? «No, vorremmo solo che la città si accorgesse di quale forza c’è nei suoi ragazzi, quei ragazzi che di solito non finiscono in prima pagina, ma che oggi sono in prima fila».
«Dai giovani può ripartire anche la ricostruzione dell'Italia»
Joaquim studia Filosofia. A 21 anni gli mancano tre esami. Anche Luca Fabbri, 23 anni, è prossimo alla laurea in Ingegneria meccanica. Entrambi sono corsi nel quartiere Marassi per dare una mano. Ci rimetteranno i jeans, ormai inservibili, e le scarpe da ginnastica: «Impossibile ormai trovare stivali». Pragmatico il futuro ingegnere, appassionato il laureando con tesi su «Filosofia e relativismo». Nessuno dei due si dice motivato da qualche fede religiosa o politica. Semplicemente «era nostro dovere morale di cittadini essere qui, ed esserci da genovesi». Quanto agli “angeli del fango”, loro si dicono «per niente sorpresi, anche se certi pregiudizi degli adulti sull’universo giovanile non sono del tutto campati per aria». Se per Luca questa tragedia insegna che «l’uomo deve rispettare la natura e costruire laddove si può e secondo criteri di sicurezza», per Joaquim è la risposta all’alluvione che sta insegnando qualcosa. «Nelle nostre società, dove forti sono le divisioni e i contrasti, un dramma come questo sta insegnando a noi per primi che l’unione tra persone è più forte di qualsiasi catastrofe, e che una popolazione unita è una popolazione che può rinascere». Un messaggio, concordano tutti e due, «che non vale solo per Genova: la risposta dei giovani, semplice ed efficace, prova che anche l’Italia può rinascere a partire da quella generazione sbrigativamente dipinta come apatica e disinteressata. Qui è con i fatti che stiamo spiegando che non è così».
( Nello Scavo)
«Ci hanno offerto di tutto: soldi, vestiti, perfino gioielli». Niente da fare. «A tutti abbiamo detto: no grazie». Elena Rocco e Miriam Fiorenza, entrambe di 21 anni, sono due scout piuttosto risolute. Insieme ai coetanei Francesco Busdraghi e Giovani di Rovasenda, in questi giorni ne hanno viste tante. «La gente non sa come sdebitarsi, ed è incredibile come si fidino di noi». Certo, vedere la divisa degli scout rincuora. Come dev’essere accaduto a quel gioielliere di Corso Sardegna cui i ragazzi dell’Agesci hanno salvato i preziosi e rimesso in sesto il negozio. «A volte ci lasciava soli in mezzo ai brillanti». Forse per altri sarebbe stato facile dire che i monili mancanti li aveva portati via la piena. «Non ci è passato nemmeno per la testa, li abbiamo recuperati tutti». Tanto che alla fine il commerciante avrebbe voluto regalarne qualcuno alle ragazze. Ma loro sono state irremovibili: «No, grazie». Nel frattempo in Corso Sardegna la circolazione è stata riaperta, ma i semafori sono andati in tilt. Niente paura, a dirigere il traffico ci pensano loro. Sono decine e arrivano dai gruppi di tutta l’arcidiocesi. I ragazzi dell’Agesci sono inseriti nel sistema di Protezione civile. E si vede. In poche ore hanno pressoché rimesso a nuovo il mercato ortofrutticolo, una serie di cantine, svariati negozi e il piazzale della chiesa di San Fedele. Già che c’erano, come non avessero a sufficienza, hanno fatto festa con dei senza fissa dimora accampati nei pressi della Chiesa. Vi aspettate un riconoscimento? «No, vorremmo solo che la città si accorgesse di quale forza c’è nei suoi ragazzi, quei ragazzi che di solito non finiscono in prima pagina, ma che oggi sono in prima fila».
«Dai giovani può ripartire anche la ricostruzione dell'Italia»
Joaquim studia Filosofia. A 21 anni gli mancano tre esami. Anche Luca Fabbri, 23 anni, è prossimo alla laurea in Ingegneria meccanica. Entrambi sono corsi nel quartiere Marassi per dare una mano. Ci rimetteranno i jeans, ormai inservibili, e le scarpe da ginnastica: «Impossibile ormai trovare stivali». Pragmatico il futuro ingegnere, appassionato il laureando con tesi su «Filosofia e relativismo». Nessuno dei due si dice motivato da qualche fede religiosa o politica. Semplicemente «era nostro dovere morale di cittadini essere qui, ed esserci da genovesi». Quanto agli “angeli del fango”, loro si dicono «per niente sorpresi, anche se certi pregiudizi degli adulti sull’universo giovanile non sono del tutto campati per aria». Se per Luca questa tragedia insegna che «l’uomo deve rispettare la natura e costruire laddove si può e secondo criteri di sicurezza», per Joaquim è la risposta all’alluvione che sta insegnando qualcosa. «Nelle nostre società, dove forti sono le divisioni e i contrasti, un dramma come questo sta insegnando a noi per primi che l’unione tra persone è più forte di qualsiasi catastrofe, e che una popolazione unita è una popolazione che può rinascere». Un messaggio, concordano tutti e due, «che non vale solo per Genova: la risposta dei giovani, semplice ed efficace, prova che anche l’Italia può rinascere a partire da quella generazione sbrigativamente dipinta come apatica e disinteressata. Qui è con i fatti che stiamo spiegando che non è così».
( Nello Scavo)
sabato 5 novembre 2011
UN'ISTANTATNEA SULL'OGGI
I fiumi straripano
le colline franano
i ristoranti sono pieni
le file alla Caritas sono lunghe
i voli aerei sono stracolmi
... le carrette del mare sono strapiene
la mafia prospera
la disoccupazione avanza
le intelligenze fuggono
l'ignoranza prospera
e un nano suona il piffero.
(A. Brazzale)
le colline franano
i ristoranti sono pieni
le file alla Caritas sono lunghe
i voli aerei sono stracolmi
... le carrette del mare sono strapiene
la mafia prospera
la disoccupazione avanza
le intelligenze fuggono
l'ignoranza prospera
e un nano suona il piffero.
(A. Brazzale)
venerdì 4 novembre 2011
IL PAESE degli ASINI
Un uomo in giacca e cravatta è apparso un giorno in un villaggio. In piedi su una cassetta della frutta, gridò a chi passava che avrebbe comprato a € 100 in contanti ogni asino.
I contadini erano un po’ sorpresi, ma il prezzo era alto e quelli che accettarono tornarono a casa con il portafoglio gonfio, felici come una pasqua. L’uomo venne anche il giorno dopo e questa volta offrì 150 € per asino, e di nuovo tante persone gli vendettero i propri animali.
Il giorno seguente, offrì 300 € a quelli che non avevano ancora venduto gli ultimi asini del villaggio.
Vedendo che non ne rimaneva nessuno, annunciò che avrebbe comprato asini a 500 € la settimana successiva e se ne andò dal villaggio.
Il giorno dopo, affidò al suo socio il gregge che aveva appena acquistato e lo inviò nello stesso villaggio con l’ordine di vendere le bestie a 400 € l’una.
Vedendo la possibilità di realizzare un utile di 100 €, tutti gli abitanti del villaggio acquistarono asini e, per far ciò, si indebitarono con la banca.
Come era prevedibile, i due “uomini d’affari” andarono in vacanza in un paradiso fiscale con i soldi guadagnati e tutti gli abitanti del villaggio rimasero con asini senza valore e debiti fin sopra i capelli.
Gli sfortunati provarono invano a vendere gli asini per rimborsare i prestiti. Il “corso” dell’asino era crollato. Gli animali furono sequestrati e affittati ai loro precedenti proprietari dal banchiere.
Nonostante ciò il banchiere andò a piangere dal sindaco, spiegando che se non recuperava i propri fondi, sarebbe stato rovinato e avrebbe dovuto esigere il rimborso immediato di tutti i prestiti fatti al Comune. Per evitare questo disastro, il sindaco, invece di dare i soldi agli abitanti del villaggio perché pagassero i propri debiti, diede i soldi al banchiere (che era, guarda caso, suo caro amico e primo assessore).
Eppure quest’ultimo, dopo aver rimpinguato la tesoreria, non cancellò i debiti degli abitanti del villaggio né quelli del Comune e così tutti continuarono a rimanere immersi nei debiti.
Vedendo il proprio disavanzo sul punto di essere declassato e preso alla gola dai tassi di interesse, il Comune chiese l’aiuto dei villaggi vicini, ma questi risposero che non avrebbero potuto aiutarlo in nessun modo poiché avevano vissuto la medesima disgrazia.
Su consiglio “disinteressato” del banchiere, tutti decisero di tagliare le spese: meno soldi per le scuole, per i servizi sociali, per le strade, per la sanità … Venne innalzata l’età di pensionamento e licenziati tanti dipendenti pubblici, abbassarono i salari e al contempo le tasse furono aumentate. Dicevano che era inevitabile e promisero di moralizzare questo scandaloso commercio di asini.
Questa triste storia diventa più gustosa quando si scopre che il banchiere e i due truffatori sono fratelli e vivono insieme su un’isola delle Bermuda, acquistata con il “sudore della fronte”. Noi li chiamiamo fratelli Mercato.
Molto generosamente, hanno promesso di finanziare la campagna elettorale del sindaco uscente.
Questa storia non è finita perché non sappiamo cosa fecero gli abitanti del villaggio. E voi, cosa fareste al posto loro? Che cosa farete?
Se questa storia vi ricorda qualcosa?
I contadini erano un po’ sorpresi, ma il prezzo era alto e quelli che accettarono tornarono a casa con il portafoglio gonfio, felici come una pasqua. L’uomo venne anche il giorno dopo e questa volta offrì 150 € per asino, e di nuovo tante persone gli vendettero i propri animali.
Il giorno seguente, offrì 300 € a quelli che non avevano ancora venduto gli ultimi asini del villaggio.
Vedendo che non ne rimaneva nessuno, annunciò che avrebbe comprato asini a 500 € la settimana successiva e se ne andò dal villaggio.
Il giorno dopo, affidò al suo socio il gregge che aveva appena acquistato e lo inviò nello stesso villaggio con l’ordine di vendere le bestie a 400 € l’una.
Vedendo la possibilità di realizzare un utile di 100 €, tutti gli abitanti del villaggio acquistarono asini e, per far ciò, si indebitarono con la banca.
Come era prevedibile, i due “uomini d’affari” andarono in vacanza in un paradiso fiscale con i soldi guadagnati e tutti gli abitanti del villaggio rimasero con asini senza valore e debiti fin sopra i capelli.
Gli sfortunati provarono invano a vendere gli asini per rimborsare i prestiti. Il “corso” dell’asino era crollato. Gli animali furono sequestrati e affittati ai loro precedenti proprietari dal banchiere.
Nonostante ciò il banchiere andò a piangere dal sindaco, spiegando che se non recuperava i propri fondi, sarebbe stato rovinato e avrebbe dovuto esigere il rimborso immediato di tutti i prestiti fatti al Comune. Per evitare questo disastro, il sindaco, invece di dare i soldi agli abitanti del villaggio perché pagassero i propri debiti, diede i soldi al banchiere (che era, guarda caso, suo caro amico e primo assessore).
Eppure quest’ultimo, dopo aver rimpinguato la tesoreria, non cancellò i debiti degli abitanti del villaggio né quelli del Comune e così tutti continuarono a rimanere immersi nei debiti.
Vedendo il proprio disavanzo sul punto di essere declassato e preso alla gola dai tassi di interesse, il Comune chiese l’aiuto dei villaggi vicini, ma questi risposero che non avrebbero potuto aiutarlo in nessun modo poiché avevano vissuto la medesima disgrazia.
Su consiglio “disinteressato” del banchiere, tutti decisero di tagliare le spese: meno soldi per le scuole, per i servizi sociali, per le strade, per la sanità … Venne innalzata l’età di pensionamento e licenziati tanti dipendenti pubblici, abbassarono i salari e al contempo le tasse furono aumentate. Dicevano che era inevitabile e promisero di moralizzare questo scandaloso commercio di asini.
Questa triste storia diventa più gustosa quando si scopre che il banchiere e i due truffatori sono fratelli e vivono insieme su un’isola delle Bermuda, acquistata con il “sudore della fronte”. Noi li chiamiamo fratelli Mercato.
Molto generosamente, hanno promesso di finanziare la campagna elettorale del sindaco uscente.
Questa storia non è finita perché non sappiamo cosa fecero gli abitanti del villaggio. E voi, cosa fareste al posto loro? Che cosa farete?
Se questa storia vi ricorda qualcosa?
lunedì 29 agosto 2011
DUE TIPI DI AMORE: AMORE BISOGNO E AMORE DONO
L’ ”amore-bisogno” o l’ ”amore-carenza” dipende dall’altro,
è amore immaturo.
...Tu usi l’altro, lo usi come un mezzo: sfrutti, manipoli, domini.
In questo modo l’altro è reso succube, viene praticamente distrutto; chi ne è affetto tenta di manipolarti, di dominarti, di possederti, di usarti.
Usare un altro essere umano non ha niente a che fare con l’amore: sembra amore ma è una moneta falsa.
La prima lezione d’amore la impari nella tua infanzia...milioni di persone rimangono infantili per tutta la vita, non crescono mai.
Invecchiano, ma nella loro mente non crescono mai; la loro psicologia rimane infantile, immatura. Hanno sempre bisogno di amore. Sono sempre affamate di amore, lo bramano come il cibo.
L’uomo matura nel momento in cui comincia ad amare piuttosto che ad avere bisogno. Comincia a traboccare a condividere, comincia a donare. La differenza è fondamentale.
Nel primo caso ciò che importa è avere di più; nel secondo, l’importante è come donare sempre di più e incondizionatamente. Questo significa crescita, è l’inizio della maturità.
Una persona matura dà. Solo una persona matura può dare, perché solo una persona matura può avere. In questo caso l’amore non è dipendente, e tu puoi amare che l’altro ci sia o no.
In questo caso l’amore non è una relazione, è uno stato dell’essere.
E ancora una cosa: una persona immatura si innamora sempre di un’altra persona immatura, perché parlano la stessa lingua.
Una persona matura ama una persona matura. Una persona immatura ama una persona immatura. Puoi continuare a cambiare marito o moglie mille volte, troverai di nuovo lo stesso tipo di persona e la stessa miseria ripetuta in forme diverse; ma la stessa miseria ripetuta è praticamente la stessa cosa. Il problema di base nell’amore è che prima devi diventare maturo, allora troverai un partner maturo: le persone immature non ti attireranno affatto.
Le persone mature in amore si aiutano a essere libere, si aiutano l’un l’altra...
E quando l’amore fluisce nella libertà c’è bellezza.
Quando l’amore fluisce nella dipendenza c’è bruttezza.
Ricorda, la libertà è un valore più alto dell’amore. Quindi se l’amore distrugge la libertà, non ha alcun valore.
Osho... ohmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm :) ;)
è amore immaturo.
...Tu usi l’altro, lo usi come un mezzo: sfrutti, manipoli, domini.
In questo modo l’altro è reso succube, viene praticamente distrutto; chi ne è affetto tenta di manipolarti, di dominarti, di possederti, di usarti.
Usare un altro essere umano non ha niente a che fare con l’amore: sembra amore ma è una moneta falsa.
La prima lezione d’amore la impari nella tua infanzia...milioni di persone rimangono infantili per tutta la vita, non crescono mai.
Invecchiano, ma nella loro mente non crescono mai; la loro psicologia rimane infantile, immatura. Hanno sempre bisogno di amore. Sono sempre affamate di amore, lo bramano come il cibo.
L’uomo matura nel momento in cui comincia ad amare piuttosto che ad avere bisogno. Comincia a traboccare a condividere, comincia a donare. La differenza è fondamentale.
Nel primo caso ciò che importa è avere di più; nel secondo, l’importante è come donare sempre di più e incondizionatamente. Questo significa crescita, è l’inizio della maturità.
Una persona matura dà. Solo una persona matura può dare, perché solo una persona matura può avere. In questo caso l’amore non è dipendente, e tu puoi amare che l’altro ci sia o no.
In questo caso l’amore non è una relazione, è uno stato dell’essere.
E ancora una cosa: una persona immatura si innamora sempre di un’altra persona immatura, perché parlano la stessa lingua.
Una persona matura ama una persona matura. Una persona immatura ama una persona immatura. Puoi continuare a cambiare marito o moglie mille volte, troverai di nuovo lo stesso tipo di persona e la stessa miseria ripetuta in forme diverse; ma la stessa miseria ripetuta è praticamente la stessa cosa. Il problema di base nell’amore è che prima devi diventare maturo, allora troverai un partner maturo: le persone immature non ti attireranno affatto.
Le persone mature in amore si aiutano a essere libere, si aiutano l’un l’altra...
E quando l’amore fluisce nella libertà c’è bellezza.
Quando l’amore fluisce nella dipendenza c’è bruttezza.
Ricorda, la libertà è un valore più alto dell’amore. Quindi se l’amore distrugge la libertà, non ha alcun valore.
Osho... ohmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm :) ;)
lunedì 22 agosto 2011
L'ITALIA, la terra dei cachi...
"L'ITALIANO HA UN TALE CULTO PER LA FURBIZIA,
CHE ARRIVA PERSINO ALL'AMMIRAZIONE DI CHI
SE NE SERVE A SUO DANNO!
L'ITALIA VA AVANTI PERCHE' CI SONO I FESSI.
I FESSI LAVORANO, PAGANO, CREPANO.
CHI FA LA FIGURA DI MANDARE AVANTI L'ITALIA
SONO I FURBI CHE NON FANNO NULLA, SPENDONO
E SE LA GODONO!"
(G. Prezzolini)
CHE ARRIVA PERSINO ALL'AMMIRAZIONE DI CHI
SE NE SERVE A SUO DANNO!
L'ITALIA VA AVANTI PERCHE' CI SONO I FESSI.
I FESSI LAVORANO, PAGANO, CREPANO.
CHI FA LA FIGURA DI MANDARE AVANTI L'ITALIA
SONO I FURBI CHE NON FANNO NULLA, SPENDONO
E SE LA GODONO!"
(G. Prezzolini)
martedì 14 giugno 2011
Il MATRIMONIO è UNIONE di due persone che "responsabilmente" ne accettano i diritti e soprattutto i DOVERI
Art. 143 Diritti e doveri reciproci dei coniugi
Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.
Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione (Cod. Pen. 570).
Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.
Art. 144 Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia
I coniugi concordano tra loro l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.
A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l'indirizzo concordato.
Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.
Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione (Cod. Pen. 570).
Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.
Art. 144 Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia
I coniugi concordano tra loro l'indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.
A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l'indirizzo concordato.
domenica 5 giugno 2011
RACCONTI di VITA
Oggi, mentre pranzavo ho scoperto un'altra bella rubrica di raitre: non è per essere la solita di sinistra, ma raitre è l'emittente più interessante sotto il profilo culturale, e proprio oggi mi ha fatto dono di nuove emozioni. Tema della puntata era la nuova vita che comincia dalla pensione in poi, e chi mi conosce sa quanto sia sensibile all'età argentea; ebbene ospiti della puntata sono stati una signora di Grosseto che coopera dall'Italia con una onlus a favore di un orfanotrofio costruito in Kenya (in una parte povera) e gestito da una coppia di verdi suoi amici, marito e moglie di 78 e 70 anni rispettivamente, che andando in pensione ha sentito il bisogno di adoperarsi per i bambini meno fortunati ( http://www.mayungu.org). La casa che accoglie i bambini sorge su un terreno donato da un medico, appassionato dell'Africa assieme a sua moglie, ma che rimanendo vedovo ha preferito devolverlo per Amore.
Il secondo intervento è stato dedicato ad un signore di Roma, che avendo vissuto in prima persona il calvario di una miocardiopatia dilatativa progressiva, ed avendo avuto la possibilità di una seconda vita, grazie al dono meraviglioso di un cuore, ha voluto impiegare gli anni della sua pensione ad aiutare chi sta affrontando lo stesso percorso, e le persone che ancora nutrono dubbi a riguardo del prelievo di organi, istituendo una associazione.
Terzo ed ultimo intervento, ma certo non per importanza, e qui la lacrimuccia di fierezza, credetemi, è scesa, proprio mentre stavo sparecchiando, è stato dedicato all'AUSER del quartiere Tamburi di Taranto: ex dipendenti Ilva, andati in pre-pensionamento, ad es. per accertata esposizione all'amianto, si adoperano per gli anziani di questo sfortunato quartiere della bella città dei due mari, accompagnandoli nei servizi, facendo loro la spesa o compagnia di persona o ascoltandoli al telefono quando si sentono soli. Oggi tra l'altro cade una bellissima iniziativa dell'AUSER, a livello nazionale: si raccolgono fondi vendendo la pasta biologica prodotta dalle terre del progetto libera (terreni confiscati alla mafia e donati ad associazioni, comunità, cooperative).
Bè mi sono tanto emozionata e sono andata a riposarmi felice, perché c'è tanta gente meravigliosa che ama e si adopera per l'altro, e questo mi fa sentire parte di una grande cerchia di persone, alcune delle quali ho la fortuna di conoscere.
Il secondo intervento è stato dedicato ad un signore di Roma, che avendo vissuto in prima persona il calvario di una miocardiopatia dilatativa progressiva, ed avendo avuto la possibilità di una seconda vita, grazie al dono meraviglioso di un cuore, ha voluto impiegare gli anni della sua pensione ad aiutare chi sta affrontando lo stesso percorso, e le persone che ancora nutrono dubbi a riguardo del prelievo di organi, istituendo una associazione.
Terzo ed ultimo intervento, ma certo non per importanza, e qui la lacrimuccia di fierezza, credetemi, è scesa, proprio mentre stavo sparecchiando, è stato dedicato all'AUSER del quartiere Tamburi di Taranto: ex dipendenti Ilva, andati in pre-pensionamento, ad es. per accertata esposizione all'amianto, si adoperano per gli anziani di questo sfortunato quartiere della bella città dei due mari, accompagnandoli nei servizi, facendo loro la spesa o compagnia di persona o ascoltandoli al telefono quando si sentono soli. Oggi tra l'altro cade una bellissima iniziativa dell'AUSER, a livello nazionale: si raccolgono fondi vendendo la pasta biologica prodotta dalle terre del progetto libera (terreni confiscati alla mafia e donati ad associazioni, comunità, cooperative).
Bè mi sono tanto emozionata e sono andata a riposarmi felice, perché c'è tanta gente meravigliosa che ama e si adopera per l'altro, e questo mi fa sentire parte di una grande cerchia di persone, alcune delle quali ho la fortuna di conoscere.
domenica 15 maggio 2011
La lettera aperta dell'istituto Planck al presidente del consiglio silvio berlusconi
Preside, docenti e personale Ata dell’Itis «Planck» - Treviso -
Non si tratta di imporre, comandare, essere autoritari, inculcare acriticamente i propri valori; si tratta viceversa di un’arte difficile, far emergere la parte migliore dei giovani che ci stanno di fronte, con la consapevolezza della loro peculiarità e specificità, della loro diversità da noi che deve emergere per far progredire la società che noi abbiamo costruito ma che presenta ancora gravi problemi. Si richiedono elevata professionalità, grandi capacità relazionali, equilibrio, capacità comunicative ed entusiasmo.
Non tutti i Docenti hanno queste capacità, ma molti sì e quotidianamente si spendono ben oltre gli obblighi contrattuali perchè amano la loro professione e sono consapevoli delle responsabilità che hanno verso i giovani che incontrano giorno dopo giorno. E’ difficile educare seriamente quando ci si confronta quotidianamente con i nefandi esempi che vengono dall’alto e col discredito che da tempo viene gettato sul personale della scuola.
Nel ricordarLe che il "pesce puzza sempre dalla testa" Le chiediamo, se non un provvidenziale passo indietro, almeno un doveroso silenzio.
Non si tratta di imporre, comandare, essere autoritari, inculcare acriticamente i propri valori; si tratta viceversa di un’arte difficile, far emergere la parte migliore dei giovani che ci stanno di fronte, con la consapevolezza della loro peculiarità e specificità, della loro diversità da noi che deve emergere per far progredire la società che noi abbiamo costruito ma che presenta ancora gravi problemi. Si richiedono elevata professionalità, grandi capacità relazionali, equilibrio, capacità comunicative ed entusiasmo.
Non tutti i Docenti hanno queste capacità, ma molti sì e quotidianamente si spendono ben oltre gli obblighi contrattuali perchè amano la loro professione e sono consapevoli delle responsabilità che hanno verso i giovani che incontrano giorno dopo giorno. E’ difficile educare seriamente quando ci si confronta quotidianamente con i nefandi esempi che vengono dall’alto e col discredito che da tempo viene gettato sul personale della scuola.
Nel ricordarLe che il "pesce puzza sempre dalla testa" Le chiediamo, se non un provvidenziale passo indietro, almeno un doveroso silenzio.
dalle MAXIMES MORALES del Duca de la Rochefoucauld (1657)
" L'amore per se stessi, quando supera il limite, diventa una perversa passione, sia per chi ne è invaso, sia, soprattutto, per gli altri che egli vuole render suoi soggetti distruggendone l'indipendenza trasformandola in amore verso di lui. Se l'uomo affetto da tale perversa passione si trova al vertice della società, gli effetti che ne derivano sono ancora più sconvolgenti poichè l'equilibrio tra le varie istituzioni viene distrutto ed ogni libertà confiscata".
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